Il Grande Olivo
Dodici quintali di olive l'anno, nella parte più stretta ha una circonferenza di m. 5,60, nella parte mediana di m. 7,20, nella parte bassa del fusto prossima alla ceppaia si apre una cavità che penetra nel tronco svuotandolo all'interno.
La cavità venne prodotta, in tempi remoti da una vera e propria carie dell'ulivo, ed ora va restringendosi grazie alla formazione di nuovi tessuti prodotti dal suo meccanismo rigenerativo.
E tuttavia ancora abbastanza grande da fornire un nascondiglio per i bambini che si recano a giocare intorno al "gigante" o per gli animali da cortile che vi razzolano accanto. All'epoca della guerra, quando la cavità era molto più ampia e si diramava sottoterra, essa venne utilizzata come deposito di bombe e sulle carte militari tedesche l'olivo era segnato come punto di riferimento strategico.
Tra Storia e Leggenda
Giuliano Castiglia, che una trentina d'anni fa realizzò in una breve, ma preziosa pubblicazione una storia del grande olivo, racconta circa una vendita, una leggenda curiosa ed interessante che gli sarebbe stata riferita dal sig. Bertini stesso, discendente diretto della famiglia propietaria. Si narra dunque che
la vecchia signora Bertini, ormai morente, avesse chiamato al proprio capezzale un monaco benedettino per ricevere gli estremi conforti religiosi. Era usanza a quell'epoca che, in punto di morte, un possidente lasciasse, come atto simbolico di devozione e di pentimento, una donazione alla chiesa. Il monaco, in tale occasione, sollecitò la vecchia ad elargire l'olivone. Malgrado le insistenze la donna negò fino all'ultimo la cessione di quell'albero sebbene il benedettino, per vendetta, le negasse l'estrema unzione "quasi che l'olivo rappresentasse il simbolo di una vita di duro ed onesto lavoro e prevalse in lei
non l'orgoglio ma la convinzione che quell'albero fosse un baluardo della sua famiglia, il segno della sua unità trasmissibile ai discendenti".
Ed ancora oggi, infatti, la famiglia Bertini cura con amore l'olivo e il terreno ad esso circostante.
E racconta con fierezza anche l'altra leggenda - che tuttavia sembra destituita da un
reale fondamento storico - la quale vorrebbe più che doppia l'età dell'olivo e lo farebbe risalire all'epoca del re sabino di Roma Numa Pompilio, nativo di Cures, il quale
avrebbe fatto di questa zona un terreno sacro alla dea Vacuna, a cui venivano offerti, in
dono rituale, i piccoli fiori bianchi dell'olivo.